Da quando la nostra babysitter se n'è andata, non è più stato lo stesso.
Ginni è semplice, sorridente, affidabile e giocherellona; il suo piglio fresco e genuino mi aveva colpito sin dalle foto postate nel gruppo Facebook per genitori expat a Budapest che, appena trasferiti in Ungheria, avevo consultato per cercare una ragazza che potesse aiutarci qualche ora con Azzurra. Non riuscendo a far pace con l'idea che stavo per scegliere la tata di mia figlia selezionandola online, come un prodotto su Amazon, d'accordo con mio marito, mi decisi a contattare proprio lei sulla base di due oggettivi e più che razionali ragionamenti:
1) avevo nostalgia della lingua spagnola e mi sarebbe piaciuto che la peruanita di casa rimanesse in qualche modo connessa alla sua terra natale;
2) avevo riflettuto che italiani e argentini, quasi fratelli, normalmente tendrían que llevarse muy bien...
E così che Azzurra, poco più che 1enne, ancora traballante sulle sue zampette e già molto chiacchierina a modo suo, si lasciò facilmente conquistare dalla giusta dose di energia e allegrezza di Virginia, che in poco tempo entrò a far parte della nostra famiglia budapestina, rappresentando da lì in avanti per tutti noi un punto di riferimento determinante nella cura della minore di casa, insieme all'imprescindibile scuola.
Un piovigginoso giorno di Marzo, Ginni mi dice che su vida está por cambiar: sta pensando di trasferirsi in Spagna, per cercare nuove possibilità lavorative nel suo campo di studi e per seguire il suo fidanzato; così, en un mes me iré a vivir a Barcelona.
Ma certo, Ginni querida, ti auguro il meglio che la vida puede ofrecerte!
Insieme alla mia testa mozzata sull'altare della maternità senza aiuti.
Con un pargolo in più, nessun cuore di cercare nuove babysitter online, meno tempo, più impegni e una dose non indifferente di sconsolatezza d'abbandono, mentre regalavo a Virginia tutto il mio guardaroba pre-figli e paventavo le reazioni sconsiderate della mia torbellina alla notizia della dipartita della sua niñera, con tiepido entusiasmo mi rivolgevo a un'agenzia specializzata nel mettere in comunicazione famiglie con nannies qualificate.
L'operazione che mi aveva fatto un po' effetto compiere anni fa, scegliere un essere umano come un prodotto da un catalogo, s'è ripetuta questa volta filtrata dalla mediazione di una donna garbata e ammiccante, titolare della suddetta agenzia delle tate, che si è conquistata la mia fiducia assicurandomi che le ragazze selezionate per occuparsi dei miei bambini rientrano in profili di affidabilità assoluta sancita dai risultati di un complicato test psicologico e attitudinale.
L'ho visto. E forse non l'avrei superato.
Siamo in una botte di ferro, penso la prima volta in cui sto per affidare il mio piccolo alla numero uno fra le mie preferenze. Me lo dico mentre ho ancora la goccia al naso e le lacrime agli occhi per via della despedida di Ginni, che prima di partire ha regalato ad Azzurra un album di foto di loro due che noi non avevamo mai visto, corredato di adesivi mollicciosi e brillantinati dai colori fluo che lei ha adorato. Come se non bastasse, lo ha arricchito con tante maledette adorabili, divertenti e malinconicissime parole sotto forma di storia, Las aventuras de Azzurra y Ginni, che aprono i miei rubinetti ogni volta che Azulita chiede di leggerlo prima di andare a dormire, quando mi capita di sfogliarlo invece di metterlo a posto, ma anche solo se un po' ci penso.
Da quando Ginni se n'è andata, non è stato più lo stesso.
La sua presenza è stata sostituita dall'alternarsi di altre cinque-dico-cinque ragazze che alla bisogna si occupano un po' di Dante la mattina, portano a casa da scuola Azzurra una volta alla settimana, si fermano con entrambi la sera se non ci siamo. Sono tutte carine, parlano perfettamente inglese, arrivano puntuali e mi sanno dire quanti minuti ha dormito Dante, quanti grammi di pasta ha mangiato Azzurra, quanti pannolini è stato necessario cambiare, quanta Peppa è stata consumata prima di cena, quanti nuovi versetti pronunciati, quante pagine lette.
Però, con nessuna di loro sento possa instaurarsi quella pacata confidenza, quella giusta complicità data semplicemente dalle corde dell'animo che vibrano allo stesso ritmo, e parlano la stessa lingua latina.
Qualche giorno fa Ginni è tornata a Budapest per una questione di documenti; mi ha mandato un messaggio e ci siamo accordate perché venisse a cena da noi e facesse una sorpresa ad Azzurra. Quand'è arrivata, mi è sembrato che non se ne fosse mai andata. Ed è stato bello e tremendo allo stesso tempo, perché per una frazione di secondo, quando l'ho rivista scalza in casa nostra e l'ho abbracciata con i pantaloncini del pigiama e la crocchia di quando sto cucinando qualcosa, m'è parso che potesse non andarsene più. Azzurra era nuda e ululante dopo un bagno che non voleva finisse e stava implorando di tornare dalle sue maestre. Dante si era addormentato sul seggiolone, stremato di novità, prima di cena. Con la naturalezza dell'affetto, Ginni ha rimesso piede nelle nostre vite, ha mangiato una fetta di pizza, colorato unicorni, celebrato feste di compleanno e fatto bagni immaginari ai pupazzetti di casa. Poi ha letto in inglese e, una volta chiusi gli occhi azzurri, tardissimo, è scivolata via di nuovo, dando le spalle ai nostri sguardi grati.
La storia di Ginni ci insegna oggi qualcosa sull'abbandono e sul cambiamento. O almeno prova a farlo.
Temi che hanno molto a che fare con il libro di questa trentesima tonda puntata di Librini.
L'abbandono ha anche a che fare con Barbara che, dagli esordi di questo progetto, leggeva Librini ogni due sabato mattina e spesso commentava e rispondeva e sosteneva e lodava.
Non lo farà oggi, perché ha chiuso i suoi grandi occhi scuri, all'improvviso. E a Parigi, dove ciò è capitato per caso, lancio oggi il mio cuore accanto a quello irrimediabilmente ammaccato delle persone radunatesi per salutarla, e mi auguro che il mondo in cui sarà ora sia esattamente come lo desidera.
Cosa abbiamo qui:
In formato di testo:
Titolo
Autore
Editore
Numero di pagine
Prezzo
La mia attesissima e irrinunciabile nonché per nulla esaustiva mini recensione
Espressioni, frasi o brani che mi sono piaciuti e potrebbero strabiliare anche te
In immagini:
La foto un po' bellina della copertina e una banalissima della quarta di copertina, del retro
La seconda e la terza di copertina, ovvero l'aletta anteriore e quella posteriore
La prima pagina, per poter leggere l'incipit e valutare l'impaginazione
Dediche e/o citazioni iniziali scritte bene e degne di nota
Il libro in mano, per saggiarne l'ingombro.
Gli spilli cui fa riferimento il titolo di questo romanzo edito da Einaudi sono alcune delle lettere dell'alfabeto scritte belle ordinate nero su bianco sul tabellone dell'oculista. Sono le ultime che chi ha problemi di vista riesce a scorgere e che perdono di definizione cessando di avere un significato.
(Non)Leggere quelle lettere quando non si possiedono dieci decimi è quasi come presentarsi a un'interrogazione per cui si sa di non essere ben preparati. E, di solito, l'incomprensibile mutismo dell'esemplare oculista non aiuta il candidato-paziente a scrollarsi di dosso la sensazione negativa di colpa che inspiegabilmente questa prova porta con sé.
A me è sempre capitato di riuscire a leggere con una certa sicurezza solo le prime righe del tabellone, una manciata di Z, F, D, A che piano piano sbiadivano e si confondevano fra loro: P uguali a R, O uguali a S che dovevo ammettere di non saper più distinguere, quasi scusandomi, specie quand'ero piccolina.
Dall'oculista mi accompagnava mia Zia, che portava gli occhiali e aveva "gli occhi delicati". Metteva un rossetto fucsia, infilava le scarpe di vernice e insieme salivamo su un taxi che ci portava vicino; varcavamo la soglia di in un palazzo bellissimo, in cui il vecchio ascensore sembrava uno scrigno e poi entravamo dall’oculista, un uomo altissimo e distinto, che aveva un fratello gemello che faceva l’otorino nella stanza a fianco. Nella stanza sempre in penombra, i passi che mi guidavano dalla sedia dei macchinari alla sua scrivania facevano scricchiolare il parquet antico. Un enorme cavallo di bronzo fra me e il suo blocchetto delle ricette; orribili foglietti marchiati con scritte di medicinali per prendere appunti; una sola penna elegante poggiata insieme al resto su un enorme gelido tavolo di vetro scuro.
Direi tutto molto troppo per una bambina piccola.
Ricordo che il primo paio di occhiali che ho dovuto accettare di avere quando ancora forse non avevo tolto le rotelline dalla bicicletta, era rosso: una montatura sottile, con una stanghetta a collegare le due lenti sul lato superiore. Decisamente bruttini, confermo senza riserve.
Avevano detto che ogni tanto dovevo fare per il mio bene questo sacrificio di mettere un cerottone sull'occhio più in gamba per stimolare quello pigro a darsi da fare. Un oclusore bianco, enorme, fastidioso sull'occhio di una bambina che già ci vede male a me è sempre sembrata una tortura bella e buona, specie considerando che non sarei migliorata, probabilmente; certamente sarei peggiorata. Destinata ad alzarmi dal letto la mattina e cercare per prima cosa gli occhiali per capirci qualcosa del mondo intorno; inchiodata ai primi banchi per vedere meglio alla lavagna; impossibilitata all'esplorazione del mondo sottomarino; soggetta a periodiche visite di controllo e ingabbiata da lenti care e delicate da trattare come preziosi gioielli quando io le avrei fiondate dalla finestra insieme alla montatura perfettina; frustrata da stanghette che vietavano di portare i cerchietti come le mie amichette; afflitta continuamente da righe e condensa sui vetri, io li avrei scaraventati sotto a un tram, quegli occhiali. Tutti gli occhiali che ho avuto, anche quelli che poi, da più grande, ho scelto da sola.
Non vederci una ceppa significa avere la miopia, una malattia piuttosto comune che ha a che fare con l'impossibilità di mettere a fuoco da lontano. Proprio a me, che a 8 anni ho accantonato la bambola per prendere in mano la macchina fotografica. Il difetto della vista, il senso per eccellenza: che insulto. Che partenza in salita.
Anche la protagonista del libro, come me, e come l'autrice stessa, Greta Olivo, è descritta all'inizio della storia nella banalità degli intoppi dovuti al malfunzionamento di un ingranaggio fondamentale del corpo. Un disagio che però muta presto aspetto e si rivela essere qualcosa di ben più spaventoso, ovvero una malattia degenerativa destinata a condurre alla cecità.
Livia scopre da piccola di essere affetta da retinite pigmentosa e in poco tempo la sua capacità visiva viene divorata dall'avanzare repentino della malattia che riduce sempre più il suo campo visivo e di azione, proprio negli anni in cui una ragazza desidera affacciarsi al mondo, conoscere, fare e andare sola e sicura alla ricerca degli altri e di se stessa.
Il romanzo della Olivo, un'opera prima uscita nel 2023, racconta del progressivo abbandono della vita precedente di un'adolescente come tante e delle scelte e dei percorsi per provare ad andare incontro a una nuova vita meno disorientata e con qualche competenza in più.
È così che, insieme a suo padre, accompagniamo Livia al centro in cui conoscerà il ragazzo che diventerà il suo tutor, divenuto cieco a causa dello stesso male, che l'aiuterà ad allenarsi in attesa della nuova situazione. Si apre al lettore un mondo di bastoni retrattili, occhiali da sole, bende sugli occhi, grandi mal di testa, assenze da scuola, senso di inadeguatezza.
Mentre Livia va inesorabilmente incontro alla sua cecità, la vita, l'adolescenza e tutto ciò che essa comporta, le si scagliano addosso con la forza consueta: i primi amori idealizzati e quelli non corrisposti; amiche che vanno e vengono; feste cui desiderare di essere invitate; la necessità di sentirsi parte del gruppo. È proprio nel momento in cui lo sviluppo dell'essere umano pretende di voler scomparire nel gruppo, assimilarsi alla massa, identificarsi fino a non essere più riconoscibile, una ragazzina con grandi occhi azzurri e particolarmente dotata per gli sport diventa l'incarnazione della diversità a causa della sua invalidità.
È interessante esplorare attraverso le parole dell'autrice cosa sente e come sente qualcuno che progressivamente deve abituarsi a rinunciare a qualcosa di così fondamentale. In alcuni punti, tra le righe, emerge la paura di Livia, mai esplosa, mai vomitata violentemente, apparentemente sempre accettata e mandata giù, seppur non senza traumi e sofferenza. I suoi occhi che ancora intravedono spilli di intorno si soffermano su dettagli che non si vogliono dimenticare, particolari futili, come il colore delle fughe delle mattonelle del bagno. Imparare a leggere sovradimensionati libri scritti in braille sembra una barzelletta di cattivo gusto; truccarsi; lasciar andare i volti dei propri genitori.
Inutile dire che il tema della malattia degenerativa e, nello specifico, di una che porta alla perdita della vista, il mio senso prediletto, mi ha toccato particolarmente. Eppure non si legge con ansie né angosce questo romanzo dalla prosa scorrevole e dai dialoghi ben congegnati. Forse anche perché, come in molti hanno notato al Club del Libro dell'Istituto Italiano di Cultura che animo una volta al mese, l'autrice non scava mai troppo in profondità e, se ben descrive le sensazioni di una quasi non vedente, meno ci confessa delle sue più profonde emozioni.
"Dov'è la sua rabbia? Non l'ho vista. Mi sarebbe piaciuto vederla.", mi dice una giovane donna del gruppo. "I ragazzi adolescenti non parlano: passano due o tre anni in silenzio. Bisogna lasciarli stare; poi tornano.", assicura in risposta un'insegnante di scuola.
Non c'è mai dramma, un momento di nervi ceduti, pazzia, isteria, nervosismo eccessivo che il lettore avrebbe accolto con comprensione, data la situazione. Livia può in effetti sembrare un personaggio poco approfondito nel modo di affrontare il suo ostacolo. O forse, come dice l'autrice in un'intervista, proprio questa compostezza ammanta di profonda verità il trauma che sta vivendo.
"Sarebbe interessante dar da leggere questo libro nelle scuole", propone qualcuno al mio circolo di lettura. E in effetti, forse, quel modo di sentire, più interiorizzato e pacato, nascosto, che non ammette l'eccesso dell'esplosione, potrebbe essere proprio di una generazione che almeno chi come me è nato nella seconda metà degli anni Ottanta non comprende appieno.
Greta Olivo ha studiato scrittura alla Scuola Holden e ha ereditato la sua miopia da un Nonno divenuto poi cieco. A 30 anni ha esorcizzato la paura di abbandono (della vista, di una vita normale, di tutto — penso io) scrivendo un romanzo pubblicato da sua maestà Einaudi, che fra l'altro noi abbiamo letto e del quale abbiamo discusso molto e per il quale ci siamo infervorati (specialmente — v'è d'ammettere — la quota italiana del gruppo, a cui partecipano anche molte persone ungheresi che parlano italiano meglio di me).
A 31 anni, finalmente, dopo anni di lenti a contatto rigide, morbide, semi rigide, invertebrate; dopo congiuntiviti, cheratiti, visite su visite, mal di testa da affaticamento, zampe di gallina da strizzamento degli occhi per tentare di mettere a fuoco un sottotitolo o un orario del treno; dopo decine di paia di occhiali trattati malissimo; dopo tanto penare, nel mio piccolo, mi vien da dire, una brava oculista mi ha operato entrambi gli occhi. Con un laser, quella donna ha compiuto su di me la cosa più simile a un miracolo che ad oggi ritengo essere capitata nella mia vita (quasi a pari merito con l'aver dato alla luce due esseri umani, usciti da me fatti e compiuti).
Gli spilli di Greta io li ho visti e sentiti pungermi senza pietà fin nei bulbi oculari, sù nella testa, in fondo alle orecchie, nei giorni successivi all'operazione quando il dolore era così intenso che ho avuto paura che l'intervento non fosse riuscito, che le lenti protettive mi fossero finite nel cervello, che non avrei più visto niente, nemmeno in modo sfocato. "All'alba del quarto giorno non andrà bene, ma sentirai che starai migliorando", mi disse la dottoressa congedandomi imbottita di antidolorifico dopo avermi trattata. Per lunghi giorni ho sperimentato il buio più totale, ho vissuto con le serrande abbassate, non ho potuto leggere, guardare, uscire, cucinare; muovermi dentro casa è stato un incubo. Il buio mi avvolse anche l'anima, sino all'alba di quel quarto giorno in cui cominciai a rivedere qualche spiraglio di luce e tirai il sospiro di sollievo più lungo della mia vita.
E poi tutto sbocciò.
Spilli e la mia esperienza mi insegnano che diventerei una pessima persona depressa se perdessi quanto di più caro ed espressivo esiste per me al mondo. Il libro di Greta Olivo, però, offre a tutti la possibilità di riflettere su come far fronte, comunque, a una condanna annunciata, di qualsiasi genere essa sia. E neanche troppo indirettamente dà delle indicazioni sugli adolescenti e il loro modo di comportarsi e sentire.
Anche se Lorenzo, Morena, Daniele, Emilio son personaggi che non convincono così tanto, perché attraversano come meteore la vita della protagonista senza mai davvero impattarle contro, più la penso più mi affeziono a Livia e la immagino cristallizzata dalle luci stroboscopiche a godersi i lampi improvvisi accesi sulla sua giovane età e tutto quello che, un giorno, all'improvviso, come uno squarcio dell'animo, ti sembra finalmente filare per sentirti bene nei tuoi panni.







Ho sottolineato…
p. 63
Nelle settimane seguenti, senza che ci fosse bisogno di dire nulla, io e Daniele continuammo a vederci dopo scuola, a pranzare a casa sua con il cibo prepararti da Linh.
In fondo era stato questo a permetterci di rimanere amici: fare finta di niente. A volte è l’unico modo per stare vicino a qualcuno.p. 108
Non scriveva male, ma neanche bene, mi pareva. Però provavo un grande piacere a scorrere quei post prolissi, o pieni di parole e di virgole e avverbi, e farlo subito dopo che lui mi aveva riaccompagnata a casa mi sembrava un modo per prolungare il nostro incontro, e anche per capire se magari, tra un’invettiva contro il sistema capitalista e una disamina sul conflitto israelo-palestinese, ci fosse nascosto il motivo per cui, in definitiva, non si decidesse a baciarmi.p. 153
Continuavamo a camminare lente, ciondolati, ci fermavamo davanti alle fotografie , lei mi descriveva le persone che c’erano dentro. Lo faceva sussurrandomi all’orecchio, come se lo stesse dicendo tra sé e sé.
- In questa c’è un uomo con i denti neri. Nell’altra accanto una donna con il collo lungo da giraffa, gliel’hanno allungato con degli anelli. È una cosa che si fa, in certe culture.
Con la luce al neon appesa al soffitto, riuscivo a vedere qualcosa anche io, ma niente somigliava a quello che descriveva mia madre. Avrei voluto dirglielo, che le persone mi sembravano montagne, che dove c’erano degli uomini con i turbanti rossi, io ci vedevo dei pomodori maturi, e che la scimmia con il pelo congelato era per me un signore arrabbiato. - Perché ridi? - mi chiese lei a un certo punto, e stavo per parlare, ma poi cambiai idea.
Mi sembrava che, per la prima volta dopo tanto tempo, mia as madre non avesse più paura di me. Stavamo facendo una cosa normale, da madre e figlia.
Alzò il braccio e mi toccò i capelli, distrattamente, poi continuò a parlare.
Mi piaceva quella voce, il suo alito caldo, il profumo al muschio che si spruzzava ogni mattina. Mi faceva venire voglia di dirle: non torniamocene a casa, ti prego.
p. 194
Aspettai che tornasse la vertigine, quel senso tremendo di spaesamento, il mal di testa feroce, ma non accadde nulla. Mi tolsi gli occhiali da sole, li infilai nella giacca, sentii i capelli battermi sulla schiena mentre muovevo la testa a ritmo.
Va tutto bene, pensai, e non potrà essere altrimenti: sotto le palpebre, in mezzo ai lampi riflessi dalle luci stroboscopiche, tra i fulmini di verde e rosso e blu impressi sulla retina e i puntini grigi che tempestavano il fondo dell’occhio, mi parve di scorgere me. Ero proprio io.
Greta Olivo
Spilli
Einaudi
198 pp.
18,50 euro