Librini #70 ‑ Lo sbilico
Di parole, disagio e resilienza.



Questa è Librini, la tua dose di storie, letteratura e vita vissuta raccontate bene, il tempo di un cappuccino.
Nella puntata precedente, eravamo ad Aprile e ti parlavo di un libro uscito i primi di marzo e immediatamente in cima alle classifiche di vendita. Un libro compatto e magico, perfetto da portarsi dietro per un fine settimana fuori porta. Sto parlando dell’ultima epica storia di Niccolò Ammaniti, che è uno di quegli autori con i quali andrei volentieri a prendermi un aperitivo in un baretto romano. Hai capito, Niccolò?! Aspettami che mo’ arrivo. Se lo hai letto scrivimelo nei commenti e fammi sapere cosa ne pensi!
In questa puntata, ti parlo di uno dei romanzi più premiati della stagione. Ad oggi ha già vinto il Premio Bergamo, il Premio Wondy e il Premio Letterario Valle D’Aosta, ed è in corsa per l’edizione 2026 del Premio Strega. Un libro che, oltre ad avere una prosa di rara perfezione, è stato con ragione definito “necessario” e che la critica ha accolto con favore per il coraggio e la spudoratezza con la quale sviscera il delicato e ripudiato tema della malattia mentale.
PREMESSA
Mentre leggi questa mail, io sto tornando da una trasferta di 24 ore a Milano, dove ho partecipato alla serata di premiazione del Premio POP. È stato bello per svariati motivi fra i quali aver trascorso una giornata da turista a zonzo con un’amica sotto un sole estivo; aver incontrato molte persone interessanti del mondo dell’editoria alla Fondazione Mondadori; aver ritrovato le splendide amiche dell’agenzia Malatesta e aver conosciuto Leonardo Sanpietro, autore di Festa con casuario (opera prima finalista) della quale ho scritto una recensione che trovi qui e aver finalmente conosciuto di persona un nugolo fondamentale della redazione di Aratea Cultura con la quale collaboro dall’estero.
Le foto della puntata che ho finito di scrivere fra autobus e aeroporti hanno a che fare con questa trasferta.



FRASI FATTE
Da autrice, non si può dire l’ansia di scrivere questa recensione che potrebbe finire nelle mani di Alcide Pierantozzi, lo scrittore del libro protagonista della recensione di questo mese. Uno che le parole le viviseziona, le scompone, le analizza e le stressa unendole e decomponendole con un’ossessione difficile da capire eppure affascinante da constatare. D’altra parte, come lui stesso sottolinea, le parole sono al contempo l’oggetto supremo del suo interesse e l’origine del suo delirio; i ragionamenti che scaturiscono nella sua testa partono dalla curiosità per un lemma per poi divenire qualcosa di elaborato logicamente a partire da esso, e non il contrario come avviene per la maggioranza degli esseri razionali.
Si dà il caso che Lo sbilico, anche per questo motivo, sia un romanzo molto denso e impossibile da ignorare: con una sapienza rara è in grado di attrarre il lettore in un vortice estenuante di stranezze e notizie disturbanti in merito a una faccenda che riguarda molta più gente di cui si possa immaginare, sulla quale tuttavia si sa ben poco e si parla spesso a sproposito, rendendo un pessimo servizio all’intera comunità.

Alcide Pierantozzi affronta nel suo libro la questione del disagio mentale e delle connesse terapie farmacologiche utilizzando il suo corpo come sismografo per farci vedere cosa succede lì dentro, a una testa e a un corpo che prende psicofarmaci, sottolineando con puntualità, lucidità ed estrema sincerità tutti gli aspetti di cui non si sa. Grazie ai sortilegi che riesce a fare con le parole, Pierantozzi fa appassionare alla (sua) storia anche chi con le problematiche di cui parla non ha niente a che spartire. Seppur probabilmente non siano questi i suoi lettori ideali, piuttosto persone affette da disturbi psichici immersi in quotidiana e mai totalmente compresa profonda sofferenza, il fatto che il suo romanzo abbia già all’attivo tre premi (Premio Bergamo, Premio Wandy e Premio Letterario Valle D’Aosta, come dicevo in apertura), significa che questo volumetto di Einaudi, la cui tormentata copertina capiterà di vedere spesso ultimamente in libreria, deve essere arrivato ben oltre le aspettative.
LA QUESTIONE DELLA LINGUA
Alcide Pierantozzi, classe 1985, residente a Colonnella, in Abruzzo, è un paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido.
Le parole per lui sono cura e malattia, ponte e precipizio, l’unico modo per arrivare agli altri e al tempo stesso una delle forme attraverso cui il disagio si manifesta.
L’autore racconta di avere lavorato a lungo sui bugiardini delle sue medicine, come se anche dentro quel linguaggio farmaceutico e cavilloso, burocratico e gelido, potesse nascondersi una chiave. Ha raccontato che la revisione del romanzo è stata lunghissima perché scegliere un sinonimo per lui non è un mero fatto tecnico o estetico, non è una questione di eleganza o di ritmo, ma qualcosa di molto più serio e faticoso. Un sinonimo non vale l’altro perché una singola parola può spostare tutto, può innescare un ragionamento oppure bloccarlo, può rassicurarlo o gettarlo nel panico. Qualcosa che Pierantozzi riesce a farci avvertire nel testo in modo percettibile.
Anche per via di quest’ossessione del linguaggio, il libro non ha una vera e propria trama, come se seguire le maree delle parole avesse assorbito ogni sforzo. Non resta spazio - e forse non v’è neanche troppo interesse - per costruire un meccanismo narrativo tradizionale con una partenza, uno sviluppo, un colpo di scena, una risoluzione. Il punto non è cosa succede tout court ma cosa capita dentro una mente che prova a stare al mondo mentre il mondo sembra continuare a non coincidere mai del tutto con sé stesso.
Lo sbilico non procede, oscilla; e in questa oscillazione sembra perdere e ritrovare instancabilmente il suo centro. A tratti, m’è sembrato di essere trascinata su e giù per tutte le questioni del corpo, fluidamente e irresistibilmente, come i protagonisti del fondamentale cartone animato degli anni Novanta Siamo fatti così.
ARRIVANO I PENSIERI
Il titolo del libro, racconta l’autore, non era quello pensato inizialmente, Arrivano i pensieri, un’opzione che sarebbe in effetti risultata troppo esplicitante, attrappata dentro una diagnosi, legata all’allarme e all’arrivo minaccioso di qualcosa. Lo sbilico - grazie, Einaudi - è invece un titolo infinitamente più efficace, anche se pare che all’inizio non avesse fatto presa: Pierantozzi lo aveva ricercato senza trovarlo nei suoi lessicari personali, raccolte di parole che si è costruito negli anni, per poi rinvenirlo in quella che io penso essere una chat di WhatsApp con se stesso (ogni degna persona malata di mente ne ha una, anche la sottoscritta!) e lo ha ricordato associato all’idea dell’andare storto, del perdere asse, riferito all’allenamento fisico.
Il romanzo, totalmente autobiografico, racconta una vita che non cade del tutto ma nemmeno sta dritta: un’esistenza in pendenza, che procede di lato, spostata rispetto alla comunità, nel duplice senso di insieme di persone e insieme di cose che rientrano nell’ordinarietà.
Sbilico non vuol dire tristezza, follia, depressione. Non è una diagnosi, ma dice di una condizione intermedia, instabile, eppure ancora abitabile. Dice del tentativo di continuare a stare in piedi mentre qualcosa dentro, o fuori - o forse entrambe le cose - tira da un’altra parte.
DIRE AL PLURALE
Alcide Pierantozzi, esordito giovanissimo a ventun anni con Uno in diviso, non alimenta alcunché riguardo alla mitologia dell’autore precoce, né dà mai sentore di sostenere una posa da scrittore maledetto; non vi è alcun compiacimento nell’eccezionalità del proprio caso. Anzi, una delle cose più interessanti del libro è che Pierantozzi sembra voler togliere importanza a tutto ciò che riguarda il suo destino individuale di scrittore per concentrarsi su quello che può essere detto al plurale.
Non gli interessa riferire cosa è successo quando “io ho pubblicato il mio primo libro”, perché quello, in fondo, riguarda soltanto lui. Gli preme raccontare cosa è capitato quando uno psicologo lo ha trattato in un certo modo, quando la scuola lo ha spezzato; cosa è avvenuto quando non si è più fidato delle proprie percezioni, quando ha cominciato a prendere massicce dosi di psicofarmaci tutti i giorni e il corpo, piano piano, ha smesso di appartenergli. Cosa succede quando intorno a qualcuno con disagi mentali tutti parlano di realtà, normalità e cura, ma quella persona non s’è mai sentita del tutto sicura che simili parole significassero davvero qualcosa di stabile: questo è ciò di cui parla Alcide Pierantozzi per tentare un discorso corale.
Ciò che importa ne Lo sbilico, sostiene Pierantozzi, non è la letteratura, ma è essere utile. Eppure c’è qualcosa di profondamente letterario persino nella sua cartella clinica. Non è lui a scriverla, certo, ma una dottoressa del San Raffaele che, nel compilare quelle righe, sembra praticare inconsapevolmente una forma di scrittura creativa. È un’immagine strana perché la cartella clinica che diviene un testo sposta il senso del linguaggio medico che dovrebbe classificare, contenere, mettere ordine nel caos, invece finisce per raccontare, interpretare.
DUBITARE DEL VERO
Quando si parla di disagio psichico, si parla spesso di percezione falsata o alterata della realtà. Ma che cos’è, esattamente, la realtà? Chi la stabilisce? Chi decide quale sia la versione giusta del mondo a cui bisogna adeguarsi?
La letteratura, da sempre, lavora proprio su questa crepa. Mette in discussione il reale, lo forza e lo inclina, guardandolo da un punto laterale. In questo senso Lo sbilico non è soltanto un libro sulla malattia mentale ma un racconto sulla percezione e su quanto possa essere fragile il confine tra ciò che vediamo e ciò che interpretiamo, fra ciò che temiamo e ciò che gli altri ci dicono essere vero.
Pierantozzi vive una dualità lacerante: da una parte sa di doversi curare, perché gli altri gli dicono che la realtà a cui deve aderire è fatta in un certo modo; dall’altra, quella realtà non gli appare mai così ovvia, così solida e indiscutibile. In questa distanza sta la potenza del libro e della storia di Alcide, che non trova pacificazione. La sua cura è necessaria e problematica insieme; i farmaci lo salvano e lo devastano; le ipotesi di diagnosi aiutano e imprigionano.
TERAPIA DEL DOLORE
L’autore racconta apertamente delle medicine che prende: antidepressivi e stabilizzatori dell’umore, una quantità tale di pillole difficile da accettare. Per consolazione, gli veniva detto di non contare le pastiglie bensì i principi attivi, ma il loro numero racconta la storia di quanto è grave la malattia e conta perché il corpo lo sente: pesante rituale, dipendenza, promemoria quotidiano della propria condizione.
Poi ci sono gli effetti collaterali: l’acidità, l’ansia, il tempo lunghissimo necessario perché il corpo si abitui. E soprattutto gli scompensi sessuali, che Alcide Pierantozzi racconta come uno dei sintomi più tristi: l’incapacità di raggiungere l’orgasmo, la fatica di sentire il corpo come proprio, il sospetto continuo che la cura stia salvando qualcosa e contemporaneamente togliendo qualcos’altro di molto importante.
Sono, queste, pagine durissime perché riportano la malattia mentale dove spesso non la vogliamo guardare, nel corpo. Non nel dolore nobile, non nella sensibilità superiore, non nell’affascinante immagine dello scrittore tormentato che trasforma la sofferenza in arte. La malattia della mente inquina il corpo vero: chimico, sessuale, gastrico, stanco, alterato. Un corpo sempre più estraneo, una pillola dopo l’altra.



L’autore rifiuta ogni romanticismo: Alcide è un uomo di quarant’anni che dorme con la mamma; sa astenersi dal rendere il disagio interessante e non lo usa per costruire un’identità accattivante. Sa richiamare l’attenzione su cosa succede davvero e su quanto poco ne sappiamo: guardate quanto siamo impreparati, guardate quanta gente intorno a noi vive così e magari non lo dice, e magari prende pillole che finisce per togliersi senza la guida di uno psichiatra e poi fa un salto dalla finestra.
NON COMBINARE NIENTE NELLA VITA
La sua esperienza individuale diventa un modo per interrogare la scuola, la medicina, la famiglia, la comunità scientifica, la regolamentazione delle sostanze, la legge, la società della prestazione, il modo in cui trattiamo chi non si adegua.
E infatti uno dei punti più forti del romanzo è il rapporto con l’autorità. Pierantozzi racconta la scuola come un incubo. Il liceo, per lui, è stato il luogo della precipitazione: stava male senza accettarlo e nessuno sembrava in grado di capirlo. Gli interessava solo l’italiano, tutto il resto gli risultava impraticabile e non aveva nessuna capacità di piegarsi davanti all’autorità. Gli insegnanti gli dicevano che non avrebbe mai combinato niente, incrinando una vita nella convinzione che educare significhi uniformare.
Alcide Pierantozzi dice apertamente che avere una neuro divergenza al liceo, se nessuno ti capisce, può essere una condanna: quanti ragazzi sono (stati) scambiati per svogliati, arroganti, ingestibili, quando invece erano semplicemente difficili da vedere? E non perché la scuola sia cattiva in sé, ma perché spesso è costruita per premiare chi riesce ad adattarsi a un formato preciso e a mettere in un angolo chi funziona diversamente.
Nel libro l’autore indaga anche questo dolore chiedendosi se almeno parte di esso non venga proprio da lì: dal fatto che nessuno gli abbia permesso di vivere secondo i propri schemi. Il dubbio dello spettro autistico attraversa le pagine come una domanda mai del tutto chiusa e insieme suggerisce una più ampia riflessione su cosa significhi insegnare e trasmettere davvero un testo, un’esperienza, una lingua.
Se i professori riuscissero davvero a far penetrare La Divina Commedia, dice Pierantozzi, avremmo già ribaltato il mondo. Perché i ragazzi non sono degli sprovveduti e si accorgono quando non c’è risonanza fra quanto viene comunicato e la realtà in cui vivono.
IL TRAUMA INUTILE
Chi è già fragile, chi fa più fatica a stare dentro il mondo, queste discrepanze non le supera con disinvoltura. Ci inciampa continuamente.
Pierantozzi non cade mai nella tentazione di spiegare tutto con il trauma. Racconta la propria infanzia, la depressione enorme legata all’assenza della madre, il fratellino morto appena nato, le malformazioni fisiche del bambino mostrino, l’impatto radicale che quell’evento ha avuto sul senso della vita familiare. Racconta una mamma giovanissima, travolta dal dolore, ambivalente, spesso assente, e l’infanzia affidata ai nonni nelle campagne abruzzesi, a uccidere gli animali.
Tutto questo materiale sarebbe perfetto per una lettura psicoanalitica. E infatti nel libro c’è molto Freud. Ma Pierantozzi stesso diffida dell’idea che il disagio psichiatrico possa essere ricondotto linearmente a una questione irrisolta. Anzi, sembra quasi suggerire che la psiche sia troppo vasta, troppo sfuggente e infinita per essere compresa, contenuta e ricondotta a un’unica origine.
Alcide Pierantozzi dice no alla moda che ci vuole continuamente impegnati a trovare la causa di ogni sussulto. Il trauma originario, la ferita primaria, il momento in cui tutto si è rotto. Le ferite esistono, ma la mente non è una pratica amministrativa in cui basta individuare un documento mancante per chiudere il fascicolo.
E infatti lui, la psicoanalisi, la fa ma non sembra credere fino in fondo di poter guarire. Forse il solo pensare di poter guarire la psiche significa immaginarla come qualcosa di finito, delimitabile, possedibile. Mentre la psiche, per definizione, eccede.
I RAGAZZI DI OGGI
Dentro questa complessità, Lo sbilico parla anche di autocura. O meglio, di tutte le forme più o meno disperate con cui le persone cercano di rendere accettabile la vita. C’è chi beve, chi si droga, chi si anestetizza, chi si aggrappa a sostanze legali o illegali. Secondo Pierantozzi, se un ragazzino torna a casa strafatto, forse sta cercando trovare un grado di accettabilità della vita altrimenti intollerabile, forse sta coprendo un disagio psichico.
Siamo costretti a chiederci cosa stiamo guardando davvero quando guardiamo un ragazzo che si distrugge: potrebbe essere vizio, trasgressione, un problema educativo o il fatto che qualcuno non sappia come sopportare di essere vivo.
Lo sbilico è dunque anche un libro sui ragazzi di oggi, su una generazione che ha conosciuto precocemente psicofarmaci, diagnosi, ansia, depressione, sostanze, pandemia. Ragazzi medicalizzati perché nel bel mezzo di un sacrosanto momento difficile.
TI RIGUARDA
Anche se apparentemente non ho contatto diretto con le tematiche del Lo bilico, il libro mi ha riguardato perché ha saputo rendere letteraria una condizione estrema senza renderla decorativa. Perché mi ha costretta a pensare a tutte le volte in cui chiediamo agli altri di funzionare secondo schemi che per qualcuno sono ovvi e per altri impossibili. A soffermarmi sulla frequenza con la quale le fragilità sono scambiate per difetto morale; a riflettere sulle cure che diventano normalità e la normalità una forma di violenza.
Lo sbilico non è un romanzo che chiede di essere amato in modo facile, non è una storia accogliente, è pieno zeppo di parole acrobatiche; è denso, a tratti estenuante, svergognato, mesto e ricco di dettagli che forse non avremmo avuto voglia di conoscere. Proprio per questo è estremamente vivo, sincero e necessario, in un marasma di pubblicazioni fatue.
Alcide, vai con lo Strega!
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Mi chiamo Sveva Borla e sono una che ha sempre amato fare tante cose molto diverse fra loro. Ma soprattutto leggere, scrivere, fare fotografie e organizzare cose.
Sono una giornalista, ho lavorato con Forze Armate, Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Istituti Italiani di Cultura.
Nel 2023 ho fondato Librini per raccontare di scrittura, letture e vita che ci passa attraverso.
Ho vissuto a Torino, Barcellona, Roma, San Paolo del Brasile, Lima e adesso Budapest, dove animo il Club del Libro dell’Istituto Italiano di Cultura, al quale ho ospitato autori come Giulia Caminito, Vincenzo Latronico, Antonella Lattanzi e Matteo B. Bianchi e organizzo eventi letterari in giro per la città.
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Grazie per questo consiglio! Non lo conoscevo e non avevo ancora sentito parlare. Ho una colonna di libri da leggere ancora... ma la tua recensione mi ha fatto venire voglia di leggere LO SBILICO!
Ma siamo allineate, appena finito! 😅 Una lettura impegnativa a vari livelli, ma necessaria: forse disturbante, come tutte le cose che ci mettono a nudo davanti alla verità, alla realtà, e ci impongono di pensare, riflettere, sentire.